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 Oggetto del messaggio: Parliamo della crisi e di chi la PAGA!
MessaggioInviato: 01/11/2011, 12:07 
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Iscritto il: 08/12/2009, 17:16
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Constatato lo scarso interesse che quì aleggia sull'argomento Lehman, dobbiamo riconoscere che altri forum hanno la leadership, vorrei spostare l'attenzione sull'attuale crisi Mondiale; Europea in particolar modo ITALIANA!
Tutti i giorni è un susseguirsi di notizie, indiscrezioni, ricette, su come uscirne e su chi deve sobbarcarsi l'onere.
Come sempre i più gettonati e additati come causa del deficit sono i lavoratori dipendenti, i pensionandi per anzianità(40 anni di lavoro effettivo) e più in generale le categorie deboli.

Innesco subito la polemica e domando: Ma nel 2011/2012 che senso hanno, ancora, le cinque regioni a statuto speciale che ci costano, tra soldi del territorio che si trattengono( credo il 90% ) e soldi che lo stato gli dà, una finanziaria l'anno???
Perchè tutti rivendicano l'Italia unita e chi abita nella punta più a nord della regione Veneto, che divide Trentino dal Friuli, è differete di fatto dai suoi vicini???

Mi raccomando non rispondete tutti insieme! :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

Ower

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 Oggetto del messaggio: Re: Parliamo della crisi e di chi la PAGA!
MessaggioInviato: 02/11/2011, 17:30 
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Visto l'enorme interesse.................vado avanti :mrgreen:

Parlo di pensioni, la mia in particolare:
Ho iniziato a lavorare a 14 anni e 6 mesi come apprendista, era il lontano 1973 e mi dissero che sarei andato in pensione con 35 anni di contributi!
Passano gli anni, aumenta l'aspettativa di vita, si passa da 35 a 40 anni di contributi!
Nel 95 fu fatta un'altra riforma; chi aveva MENO di 18 anni di versamenti andava con il contributivo, aveva tutto il tempo per farsi una pensione integrativa se voleva, chi aveva PIù di 18 anni di contributi continuava ad andare con il retributivo, la scelta della pensione integrativa non si poneva o meglio non obbligata potendo confidare su una pensione dignitosa!
Lo scorso anno, oltre le finestre per tutti, per le pensioni di anzianità scatta l'anno di purgo cioè devi lavorare un anno in più oltre ai mesi per la finestra perchè la pensione ti viene erogata dopo un anno, puoi anche non lavorare più i diritti li hai acquisiti ma non riscuoti.
Adesso parlano di rincarare la dose:
1) contributivo per tutti e subito, ho perso il treno per la pensione integrativa, mi manca un anno e mezzo cosa posso integrare, e mi ritroverò con una pensione da fame, ma è giusto cambiare le regole per strada così?
2) la somma età anagrafica+anni di lavoro deve fare 100 ma come vincolo si devono avere almeno 60 anni!!! Io a 60 anni ne avrò lavorati circa 46, per un totale di 106 e la mia aspettativa di vita si ridurrà almeno del 70% a causa del giramento di OO!!!!!
Meditate gente meditate.
Ciao Ower :ugeek:

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 Oggetto del messaggio: Re: Parliamo della crisi e di chi la PAGA!
MessaggioInviato: 03/11/2011, 15:10 
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DOVEROSO DARNE DIFFUSIONE!!

Il giorno 21 settembre 2011 il Deputato Antonio Borghesi dell'Italia dei Valori ha proposto l'abolizione del vitalizio che spetta ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura in quanto affermava cha tale trattamento risultava iniquo rispetto a quello previsto dai lavoratori che devono versare 40 anni di contributi per avere diritto ad una pensione.
Ecco com'è finita:
Presenti 525
· Votanti 520
· Astenuti 5
· Maggioranza 261
· Hanno votato sì 22
· Hanno votato no 498.


i 22 sono: BARBATO, BORGHESI, CAMBURSANO, DI GIUSEPPE, DI PIETRO, DI STANISLAO, DONADI, EVANGELISTI, FAVIA, FORMISANO, ANIELLO, MESSINA, MONAI, MURA, PALADINI, PALAGIANO, PALOMBA, PIFFARI, PORCINO, RAZZI, ROTA, SCIPOTI, ZAZZERA.

Ecco un estratto del discorso presentato alla Camera :

Penso che nessun cittadino e nessun lavoratore al di fuori di qui possa accettare l’idea che gli si chieda, per poter percepire un vitalizio o una pensione, di versare contributi per quarant’anni, quando qui dentro sono sufficienti cinque anni per percepire un vitalizio. È una distanza tra il Paese reale e questa istituzione che deve essere ridotta ed evitata. Non sarà mai accettabile per nessuno che vi siano persone che hanno fatto il parlamentare per un giorno - ce ne sono tre - e percepiscono più di 3.000 euro al mese di vitalizio. Non si potrà mai accettare che ci siano altre persone rimaste qui per sessantotto giorni, dimessisi per incompatibilità, che percepiscono un assegno vitalizio di più di 3.000 euro al mese. C’è la vedova di un parlamentare che non ha mai messo piede materialmente in Parlamento, eppure percepisce un assegno di reversibilità.
Credo che questo sia un tema al quale bisogna porre rimedio e la nostra proposta, che stava in quel progetto di legge e che sta in questo ordine del giorno, è che si provveda alla soppressione degli assegni vitalizi, sia per i deputati in carica che per quelli cessati, chiedendo invece di versare i contributi che a noi sono stati trattenuti all’ente di previdenza, se il deputato svolgeva precedentemente un lavoro, oppure al fondo che l’INPS ha creato con gestione a tassazione separata.
Ciò permetterebbe ad ognuno di cumulare quei versamenti con gli altri nell’arco della sua vita e, secondo i criteri normali di ogni cittadino e di ogni lavoratore, percepirebbe poi una pensione conseguente ai versamenti realizzati.
Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza richiamata dai colleghi questori, ha permesso invece di dire che non si tratta di una pensione, che non esistono dunque diritti quesiti e che, con una semplice delibera dell’Ufficio di Presidenza, si potrebbe procedere nel senso da noi prospettato,che consentirebbe di fare risparmiare al bilancio della Camera e anche a tutti i cittadini e ai contribuenti italiani circa 150 milioni di euro l’anno.

Non ne hanno dato notizia né radio, né giornali, né Tv OVVIAMENTE. Facciamola girare noi !!!

Ringrazio Marco Tullio per avermi postato la notizia, Ower

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 Oggetto del messaggio: Re: Parliamo della crisi e di chi la PAGA!
MessaggioInviato: 04/11/2011, 18:22 
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Iscritto il: 08/12/2009, 17:16
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Articolo scritto dal Direttore del Ceps (Centre of European Policy Studies) sulle riforme che andrebbero fatte per far crescere il nostro Paese (visto che è un tema caldo del momento).
Gros è un profondo conoscitore della realtà italiana ed anche un economista molto ascoltato in Europa (era stato ad esempio tra i primi ad ideare la proposta di creare un fondo monetario europeo che ha poi dato origine all’EFSF o fondo salva stati).
PERCHÉ L'ITALIA NON CRESCE

di Daniel Gros 02.11.2011

L'economia italiana ha prodotto risultati deludenti nell'ultimo decennio. Eppure, quelli che normalmente sono fattori di crescita sono migliorati. Sono aumentati gli investimenti in capitale umano e fisico e quelli in ricerca e sviluppo e si è intervenuti sulla regolamentazione del mercato del lavoro e dei prodotti. A peggiorare notevolmente sono stati invece gli indicatori di governance del paese: efficacia del governo, rispetto della legge e lotta alla corruzione. È questa la zavorra che impedisce all'Italia di crescere. Liberarsene non sarà facile.

Nell’ultimo decennio, l’economia italiana ha palesemente avuto risultati deludenti, sia rispetto agli altri paesi europei, sia rispetto agli anni Novanta.
Per trovare la spiegazione di questo fenomeno, non ci si può limitare a puntare il dito contro le ormai riconosciute debolezze che da tempo rallentano l’Italia, ma bisogna focalizzarsi su quei fattori di crescita che si sono chiaramente deteriorati dal 2000 in poi. Non è facile. I fattori di crescita più facilmente misurabili mostrano, in realtà, un miglioramento sia assoluto che relativo.

1. Investimento in capitale fisico e in capitale umano: il primo è alto e il secondo sta migliorando rapidamente.
2. Indicatori strutturali in termini di regolamentazione dei mercati del lavoro e dei prodotti: in miglioramento sia in termini assoluti che in relazione alla Germania.
3. Investimenti in ricerca e sviluppo: sono anch'essi in aumento.

Gli unici fattori a peggiorare sia in assoluto che rispetto ai principali paesi dell’area euro sono gli indicatori di governance, come corruzione e rispetto della legge. Per invertire il declino politico servirebbe un impegno pluriennale dell'intera nazione, ma è un impegno di cui ancora non vi è traccia.

CAPITALE UMANO E FISICO

La crescita deludente dell’economia Italiana non può essere attribuita a una carenza di capitale fisico o umano.
Per molti anni dello scorso decennio l’Italia ha investito quasi il 20 per cento del proprio Pil, si tratta di una percentuale superiore a quella della Germania (e lo stesso è avvenuto per gli investimenti in impianti e attrezzature, vedi Figura 1). Ma nonostante gli sforzi, il Pil è poco superiore a quello di dieci anni fa. (1) Ciò implica che l’efficienza degli investimenti è stata estremamente scarsa. Tra il 1999 e il 2009 lo stock di capitale netto dell’intera economia italiana è aumentato del 19 per cento, ma il Pil è aumentato solo del 5 per cento. Al contrario, lo stock di capitale tedesco è aumentato meno (circa il 13 per cento), ma il Pil della Germania è aumentato molto più, circa il 9 per cento. È probabile quindi che maggiori investimenti non siano la soluzione del problema crescita.

Figura 1: Investimenti in impianti e attrezzature



http://www.lavoce.info/binary/la_voce/articoli/lavoce.info_gros_crescita_italia_1.1320237778.JPG

Fonte: Ameco dataset, Commissione Europea (Dg Ecfin).

Tra i motivi di bassa crescita, è spesso citato l’investimento dello Stato in infrastrutture. Ma in realtà ha oscillato intorno al 2,5 per cento del Pil nel corso degli ultimi venti anni, in linea con la media europea (e ancora una volta superiore a quello della Germania). Più investimenti in infrastrutture, quindi, non sbloccheranno la strada alla crescita.
Le stesse osservazioni possono essere fatte per quanto riguarda il capitale umano: la forza lavoro italiana è oggi più istruita rispetto a anni fa. La percentuale di coloro che hanno una formazione universitaria è aumentata dal 13 al 18 per cento all’interno della popolazione in età lavorativa, mentre la percentuale di chi ha solo il diploma della scuola elementare è diminuita.
La percentuale dei laureati in Italia rimane più bassa rispetto ai paesi partner, ma è cresciuta più velocemente nel corso dell’ultimo decennio. La Figura 2 mostra l’evoluzione della popolazione in possesso di una laurea in Germania e in Italia, ponendo il livello del 1999 pari a 100. È evidente che l’Italia ha fatto progressi molto superiori rispetto alla Germania. In termini di capitale umano, quindi, l’Italia ha ridotto in modo considerevole la distanza dalla Germania.

Figura 2: Popolazione attiva (25-64) in possesso di una laurea



http://www.lavoce.info/binary/la_voce/articoli/lavoce.info_gros_crescita_italia_2.1320237779.JPG

Fonte: Eurostat, Labour Force Survey.

LE RIFORME STRUTTURALI

Cosa possiamo dire invece riguardo le “riforme strutturali”, spesso indicate come la cura dei mali per il paese? Anche qui i dati indicano un miglioramento sia assoluto che relativo. Per esempio, gli indici Ocse sui mercati del lavoro e dei prodotti mostrano un sostanziale miglioramento se confrontiamo i valori più recenti ai dati di dieci anni fa. Inoltre, l’Italia sembra aver raggiunto all’incirca lo stesso livello della Germania per quanto riguarda le tutele (formali) del mercato del lavoro e la regolamentazione del mercato dei prodotti.

Tabella 1: Indicatore delle riforme strutturali dell’Ocse



http://www.lavoce.info/binary/la_voce/articoli/lavoce.info_gros_crescita_italia_3.1320237781.JPG

Fonte: Ocse, PRM= Product market EPL = employment protection legislation.

L'INNOVAZIONE

Un altro fattore spesso citato come inibitore della crescita in Italia, è il basso tasso di investimento nella ricerca e nello sviluppo: è dell'1,27 per cento del Pil, un tasso molto basso, pari solo al 62 per cento della media dell’area euro. Tuttavia, nell’ultimo decennio, l’investimento dell'Italia in R&S in proporzione al Pil è cresciuto di un quarto, più o meno quanto in Germania, e molto di più che nel resto d’Europa. È quindi difficile attribuire il rallentamento della crescita alla spesa in R&D, quando è aumentata rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei.

IL MAL DI GOVERNANCE

Ma allora quali fattori sono peggiorati, così da spiegare il rallentamento della crescita?
C'è solo una serie di indicatori il cui andamento è chiaramente peggiorato: quelli relativi alla governance del paese, misurabile attraverso i Worldwide Governance Indicators (Wgi) della Banca Mondiale.
I tre indicatori più importanti per l’economia sono: il tasso di legalità, l’efficienza del governo e il controllo della corruzione. Per tutti e tre gli indicatori, la performance dell’Italia si è drammaticamente deteriorata nell’ultimo decennio.



http://www.lavoce.info/binary/la_voce/articoli/lavoce.info_gros_crescita_italia_4.1320237782.JPG

Fonte: WGI 2011, Banca Mondiale

E per tutte e tre queste misure l’Italia fa peggio di qualsiasi altro paese dell’Eurozona (Grecia inclusa!). La differenza fra l’Italia e il resto dell’Europa è ora di oltre due deviazioni standard al di sotto della media dei principali paesi europei.



http://www.lavoce.info/binary/la_voce/articoli/lavoce.info_gros_crescita_italia_5.1320237783.JPG

Fonte: Wgi 2011, Banca Mondiale

Nelle moderne economie industrializzate la crescita è un processo complesso. L’Italia si differenzia dai paesi simili perché ha vissuto un “decennio perduto”, nonostante il miglioramento della maggior parte dei fattori che normalmente influenzano la crescita. Fino a poco tempo fa il clima macroeconomico non era nemmeno così problematico, almeno non di più che per gli altri paesi europei. L’unica area nella quale vi è stato un chiaro deterioramento è la governance del paese, che gli indicatori disponibili indicano come significativo negli ultimi dieci anni. È anche un’area dove un’inversione di tendenza appare più difficile e nella quale l'influenza delle pressioni esterne è debole.
Sfortunatamente, il paese non ha ancora compreso pienamente l’importanza di una governance migliore e il tema ha poco spazio nel dibattito politico. Sarà dunque difficile realizzare un impegno continuativo per combattere la corruzione, incoraggiare la legalità e migliorare l’efficienza amministrativa in generale. Tuttavia, progressi su questi fronti potrebbero rivelarsi più importanti per la crescita delle riforme ora imposte dall’Unione Europea.

(1) Pil procapite in termini reali nel 2009 era minore di quello del 1999 e nessun altro paese nella UE-27 ha avuto una performance tanto scarsa.

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 Oggetto del messaggio: Re: Parliamo della crisi e di chi la PAGA!
MessaggioInviato: 13/11/2011, 11:18 
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Salve a tutti i partecipanti a questo forum di "sola lettura" :mrgreen:

Solo per segnalare che sul blog più partecipato d'Italia, quello di Beppe Grillo, c'è stato un sondaggio tra i cittadini italiani sulle cose da fare per uscire dalla crisi attuale.
I venti punti più indicati dalla gente, non votati perchè già scritti, sono stati riassunti in questa pagina quì.

Io sono certo che mettere in pratica, da subito, questi venti punti, pochi ma buoni(20 meglio di 100) toglierebbe subito l'Italia dalla crisi e potremmo passare la "patata bollente" a chi di Kartoffeln e les pommes de terre se ne intende!
Ciao Ower. :ugeek:

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MessaggioInviato: 15/11/2011, 14:43 
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MessaggioInviato: 16/11/2011, 9:08 
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MessaggioInviato: 17/11/2011, 17:08 
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 Oggetto del messaggio: Re: Parliamo della crisi e di chi la PAGA!
MessaggioInviato: 18/11/2011, 14:24 
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L'emorragia di soldi pubblici e le 5 REGIONI a STATUTO SPECIALE
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La Valle d’Aosta ha 126.660 abitanti: poco più della metà del limite minimo sotto il quale dovrebbe scattare l’ultimo provvedimento di abolizione delle Province. Va detto che la Val d’Aosta un risparmio essenziale l’ha fatto: dal momento che avrebbe avuto una Provincia sola, questa non esiste, e i suoi poteri e attribuzioni sono conglobati in quelli della Regione. Ma questa premura non le impedisce di essere la Regione più dispendiosa d’Italia: nel 2008 11.983 euro pro-capite, più del triplo della spesa pro-capite italiana (3820). Il reddito pro capite nel 2006 era il più alto d’Italia: 32.635 euro all’anno, il 30,36% in più rispetto alla media nazionale. La Val d’Aosta trattiene il 90% del gettito delle tasse riscosse sul proprio territorio, ma spende comunque il 36,13% in più, arrivando al 35,42% del Pil, contro una media italiana del 14,55. Dove vanno questi soldi? Nel 2006 c’era un consigliere regionale ogni 3511 abitanti, contro una media italiana di 51.728. E i loro emolumenti rappresentavano una spesa mensile per residente pari a 30,24 euro, contro una media nazionale del 2,26. I 3063 dipendenti e 129 dirigenti della Regione nel 2006 rappresentavano un dipendente ogni 40,11 abitanti, contro una media italiana di 717,01.
Anche il personale dei comuni valdostani arriva a un dipendente ogni 76,45 abitanti, contro una media italiana di 136,50. I sindaci valdostani hanno uno stipendio fissato dai Comuni, ma con un tetto di 4915 euro al mese fino ai 10.000 abitanti, mentre nelle Regioni Ordinarie si sta a 1291 euro fino a 1000 abitanti, 1446 da 1001 a 3000, 2169 da 3001 a 5000, 2789 da 5001 a 10.000, e così via: solo oltre i 100.000 abitanti si arriva a 5010.

Come hanno raccontato Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella ne La Casta, per non affaticarsi con un’ora di macchina fino a Torino Caselle la giunta valdostana ha affidato alla società Air Vallée un volo andata e ritorno al giorno per Roma: otto posti riservati per 5054 euro. Cioè, un terzo dei posti pagati al prezzo dei due terzi. Malgrado quel volo portasse in media 19 persone, dal gennaio 2007 è stato raddoppiato, al costo di 10.070 euro per ogni giorno di volo.

(fonte:http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=28802)


Invito a leggere quanto ha scritto un cittadino sul sito "OGGI.IT" come si fà? semplice basta clikkare quì

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 Oggetto del messaggio: Re: Parliamo della crisi e di chi la PAGA!
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L'emorragia di soldi pubblici e le 5 REGIONI a STATUTO SPECIALE
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Trentino-Alto Adige

Al contrario della Val d’Aosta, il Trentino- Alto Adige non solo le Province le mantiene, ma le ha addirittura rinforzate, dal momento che quelle di Trento e Bolzano sono le uniche in Italia ad avere quella competenza legislativa altrimenti riservata solo a Stato o Regioni. In compenso, qui è il Consiglio Regionale che invece è assorbito da quelli Provinciali, dal momento che consiste nella loro riunione congiunta. Identica alla Val d’Aosta è la quota di tasse riscosse che restano in loco: 90 per cento. Seconda d’Italia è la spesa per abitante: di 10.524 euro. Terzo il reddito procapite, nel 2006 superiore del 24,14% alla media nazionale. Ma secondo anche l’eccesso di spesa rispetto alle entrate riscosse sul proprio territorio: il 18,12%. Seconda la percentuale di spesa sul Pil: il 32,19%. Terzo il rapporto di abitanti per consigliere: 13.923. Terza la spesa per residente per pagarli, con 10,17 euro al mese. Ma il numero di abitanti per dipendente regionale tornava al secondo posto con 61,11.

Nel rapporto di abitanti per dipendente comunale il Trentino-Alto Adige è terzo con 109,32. Il raffronto tra gli emolumenti mensili dei sindaci di Trento e Bolzano permette inoltre di sfatare un altro possibile stereotipo: non sono gli italiani i più avidi, ma i tedeschi. Anzi, con 12.434 euro al mese il sindaco di Bolzano è il più ricco d’Italia, dal momento che a Trento si arriva al massimo a 8.810 euro tra i 100.001 e i 250.000, e nelle regione ordinarie si danno 7.798 euro solo a chi sta alla testa di città oltre il mezzo milione. Mentre Luis Durnwalder, dal 1989 presidente della Provincia di Bolzano e dal 2009 presidente di turno della Regione, è oggi il capo di esecutivo più ricco di tutto il mondo germanico: 25.600 euro di stipendio mensile, contro i 19.300 di Angela Merkel.
(fonte:http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=28802)

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